Fair trial per il jihadista
Guantanamo Bay. Camp Justice è un reticolato di tende color cachi su una pista d’atterraggio dismessa; su un lato c’è un hangar che già quindici anni fa aveva bisogno di una mano di vernice e appena oltre la strada, sulla cima di un bunker vecchia maniera, c’è quella che una volta era una torre di controllo e ora è un magazzino su cui al tramonto si stampano le ombre oscillanti delle palme cubane. Leggi la terza puntata Giocare a calcio a Guantanamo
15 AGO 20

Sul lato orientale succede tutto: detenzioni, operazioni militari, udienze delle corti speciali, spiagge, supermercati, bar, cinema all’aperto. Normalmente Camp Justice è la parte “easy going” della faccenda, ma non quando le corti militari sono in sessione. Le aule sono a poche centinaia di metri dalle tende, che in queste occasioni si riempiono di giornalisti e osservatori civili: i militari si irrigidiscono, le spiagge vengono chiuse, l’apparato della base entra in una doppia modalità, rilassata quando la corte non è riunita, marziale per tutto il resto. Per entrare in aula si passano tre diversi checkpoint, ciascuno con un metal detector e un agente che controlla badge e passaporti e respinge chiunque abbia addosso oggetti al di fuori di vestiti, penna e taccuino. Anche ai militari tocca lo stesso trattamento. I cani non servono, hanno già fiutato tutto all’aeroporto, sulla pista d’atterraggio, e nell’isola non c’è modo di ottenere cose che l’olfatto canino sia addestrato a riconoscere. Non è sempre così. Quando non ci sono giornalisti e altri generi di ficcanaso, Camp Justice è un villaggio di provincia dove le cinque bandiere della Joint Task Force (più quella americana) conficcate al centro del campo sono la cosa più movimentata della zona. I riservisti di marina, esercito, aeronautica e guardia costiera rimangono a Guantanamo per un anno, non di più. Nessuno ha nostalgia dell’Afghanistan, ma quando spiegano che non è un compito adrenalinico è il modo militare per dire che a Guantanamo si muore di noia.
Quando si parla di Guantanamo si tende a fare confusione. Il nome evoca soltanto il carcere speciale con tutta la sua carica di nefandezze, le tute arancioni, il waterboarding di massa, il filo spinato e i tiratori sudati sulle torrette che passano la giornata con l’occhio nel mirino ad aspettare i tartari. In realtà, la base navale americana è lì da oltre un secolo e lì rimarrà anche nell’improbabile caso in cui il presidente, Barack Obama, riesca nel suo intento di chiudere una volta per tutte la prigione voluta da George W. Bush. E’ la prima base americana sul suolo di un paese straniero, l’unica ricavata in un paese che non ha relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, certamente la più sicura di tutte, perché occupa una casella grigia della legge. Washington non avrebbe potuto costruire che qui la prigione dove rinchiudere e processare con rito militare i terroristi più pericolosi per la sicurezza nazionale.
Una voce registrata interrompe la sessione prima ancora che il giudice inizi a parlare. L’aula entra automaticamente in stato di allerta, i microfoni si spengono, la trasmissione viene oscurata per cinque minuti; durante la sessione il minimo intoppo diventa un potenziale attentato alla sicurezza, perché un buon militare deve sempre essere pronto al peggio. Niente evacuazione forzata: qualcuno ha dimenticato il cellulare in tasca e lo scanner che tutto vigila ha innescato l’allerta, che rientra poco dopo con sollievo degli osservatori e scoramento del colpevole, che passerà un quarto d’ora di quelli che si evitano volentieri. La corte militare sta processando Noor Uthman Mohammed, addestratore sudanese che si è fatto largo nell’establishment del terrorismo islamico prima dell’11 settembre. Gli americani lo hanno trovato nel 2002 in un appartamento di Faisalabad, in Pakistan, assieme ad alcuni calibri importanti di al Qaida, sia affiliati sia competitor di Bin Laden, che ora sono rinchiusi nell’ala più segreta del carcere, il proverbiale Camp 7. L’imputato si è dichiarato colpevole dell’attività di addestramento nel campo di Khalden, in Afghanistan, e di cospirazione contro un generico nemico avverso alla ummah, ma nega di avere colpito obiettivi civili in violazione delle convenzioni di guerra. Se non fosse tutto serissimo, sarebbe ironico il fatto che Noor, musulmano radicale che ha lasciato il Sudan per andare in Afghanistan, dritto al cuore del jihad globale, è difeso da un avvocato ebreo e da due donne. Per il Military Commissions Act istituito nel 2006 e rinnovato su disposizione di Obama nel 2009, Noor è un “alien unprivileged enemy belligerent”: un cittadino straniero con intenzioni ostili verso gli Stati Uniti e i suoi alleati che non gode dei privilegi garantiti dall’articolo 4 della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. Non è arruolato in un esercito né in una milizia di resistenza, non è il membro di una forza non riconosciuta dagli Stati Uniti e non è nemmeno un mercenario al soldo di un’entità riconosciuta. E’ il tipico prodotto della guerra obliqua e transnazionale del terrorismo islamico: è per quelli come lui che esiste il carcere speciale di Guantanamo.
La corte militare funziona in modo del tutto simile a quella civile, soltanto che i giurati, la maggior parte degli avvocati e il giudice provengono dalla gerarchia del Pentagono e, a parte per i testimoni oculari, gli atti sono registrati ma non pubblici; se la cantano e se la suonano, dicono i progressisti per cui Guantanamo è l’inferno sulla terra, ma le cose funzionano diversamente, anzi funzionano normalmente. Si formulano le accuse, si patteggia, si fa il dibattimento, si sentono i testimoni, si presentano le prove, si vaglia l’obiettività dei giurati, si dice “obiezione vostro onore” e il giudice si pronuncia. Mercoledì mattina i procuratori del governo e gli avvocati della difesa hanno torchiato i quindici anonimi giurati alla ricerca di prove contro la loro imparzialità. “Dove siete stati in servizio?”, “che responsabilità avevate?”, “quanti uomini del vostro battaglione sono stati uccisi sul campo?”, “provate rabbia o rancore verso i terroristi?”, “e contro i musulmani in generale?”, “siete ancora in contatto con le famiglie delle vittime?”, “avete avuto a che fare con ordigni improvvisati?”. Qualunque incrocio con la storia personale dell’imputato, con le sue convinzioni o inclinazioni costituisce un potenziale motivo per chiedere l’inattendibilità del giurato. Se ad esempio è il capo di un battaglione che ha perso molti uomini per gli Ied piazzati da al Qaida in Afghanistan – la specialità di Noor – e magari la ferita sanguina ancora per il contatto continuo con le famiglie dei caduti, il suo giudizio può essere viziato e la difesa chiede un sostituto. Sei ne sono stati respinti mercoledì mattina, alcuni dei quali hanno prestato servizio in Iraq (lontano dall’area di Noor) fra il 2009 e il 2010 (quando Noor era a Guantanamo), soltanto perché avevano perso molti uomini in battaglia per gli ordigni piazzati sotto il manto stradale. La sola affinità operativa con l’imputato è un motivo sufficiente per bocciare un membro della giuria.
La parte più scenografica arriva quando prende la parola Howard Cabot, l’avvocato di Noor, un ebreo di Phoenix che si è costruito una carriera difendendo le grandi corporation chimiche accusate di provocare danni alla salute dei dipendenti. Nel tempo libero si dedica anima e corpo a difendere la causa di Israele, la stessa che il suo assistito combatteva. Abbronzato e in forma, Cabot si accosta al pulpito e si produce in un’arringa che nemmeno Kevin Lomax nell’“Avvocato del diavolo”, una specie di invocazione della superiore moralità incarnata dagli Stati Uniti. “Siamo una nazione basata sulla legge, e la applichiamo anche quando i nostri nemici non giocano con le nostre stesse regole. Per questo non possiamo cedere alla vendetta, ma dobbiamo infliggere una punizione basata sulle accuse”. Come tutti gli avvocati, Cabot usa la malia retorica e il puntiglio legale per dimostrare che Noor è colpevole per le sue frequentazioni più che dubbie ma non ha preso parte a nessun attentato contro gli Stati Uniti e soltanto per questo “è stato allontanato dalla sua famiglia ed è stato persino privato del suo nome, diventando qui il detenuto numero 707”. Lo scandisce di nuovo, sillabando una cifra per volta. Sette, zero, sette. Dopo il tramonto l’avvocato arriva in pantaloncini e infradito alla rosticceria giamaicana Jerk, dove i commessi passano pannocchie e birra Red Stripe attraverso un oblò ricavato in una parete di legno. Non può parlare dei dettagli del processo, ma è su di giri perché “forse non molti lo sanno, ma qui stiamo assistendo a qualcosa di storico. L’atto approvato nel 2009 ci fa pionieri di un procedimento legale che prende elementi dalla corte marziale ma anche dal processo civile”.
Le prove vengono classificate secondo il codice Nato: Alfa, Bravo, Charlie, Delta, Echo eccetera; gli orologi appesi alle pareti segnano l’orario Zulu, misura universale che i militari usano per non farsi confondere dal fuso. Fra le prove c’è un’intervista ad Abu Zubaydah, terrorista di grosso calibro detenuto a Camp 7 e sottoposto a waterboarding con il quale Noor ha passato alcuni anni al campo d’addestramento di Khalden. Lui aveva organizzato il rifugio sicuro di Faisalabad dove entrambi sono stati catturati nel 2002 e la loro vicinanza è la pistola fumante che i rappresentanti del governo americano usano più di tutte per provare che Noor oltre ad agire materialmente nel nome del jihad globale, cospirava con i più alti ufficiali dell’esercito del terrore. “Anche noi lo chiamiamo terrorismo – dice Abu Zubaydah – perché Allah ci ha comandato di agire così. L’onnipotente Allah dice: ‘Infondi il terrore nei nemici di Allah, perché loro sono i nostri nemici’, quindi quando li terrorizziamo stiamo compiendo quello che Allah ci ha comandato, fine della storia”. Ci sono tutti i sintagmi classici del terrorismo islamico, dalle minacce a tutti i non musulmani (“ebrei, cristiani, induisti e tutti gli atei”) fino all’anatema per i fratelli che rinunciano al loro dovere: “Un musulmano che esita nel reagire è un apostata, non ci sono eccezioni”. A Noor è concessa la difesa. Il maggiore Amy Fitzgibbons, che rappresenta l’imputato, legge una lettera autobiografica del sudanese che alla fine degli anni Ottanta ha sentito parlare alcuni imam nel mercato di Port Sudan, dove si barcamenava con piccoli commerci. Distribuivano nastri con sermoni farneticanti e invitavano non solo ad andare in pellegrinaggio alla Mecca – adesione fin troppo blanda – ma a unirsi alla causa dell’islam globale; il modo più efficace era andare in Afghanistan e unirsi ai mujaheddin per combattere i sovietici, cosa che Noor ha fatto passando in pochi anni da figlio di una famiglia povera e religiosamente tiepida a estremista implicato nella rete più prestigiosa del terrorismo islamico. Racconta della cattura, della prigionia nella base americana di Bagram, delle umiliazioni, del trasferimento a Guantanamo, dove dice di aver subito diversi tipi di tortura, dalla privazione del sonno all’umiliazione di essere lasciato nudo davanti alle soldatesse. Ha passato giorni nella cella d’isolamento di Camp 5, quella che i detenuti chiamano “hell”, l’inferno, e poi è stato trasferito a Camp 4, dove “le condizioni sono migliori”. La difesa ha presentato anche una lettera del governo sudanese indirizzata al segretario di stato, Hillary Clinton, che conferma la disponibilità del paese a riprendersi Noor e metterlo in un programma di riabilitazione; molti paesi che hanno relazioni diplomatiche con Washington hanno programmi del genere ma la storia prova che funzionano soltanto a intermittenza: il 25 per cento dei detenuti di Guantanamo rispedito nei paesi d’origine è tornato alla guerra santa con più convinzione. Prima del processo gli avvocati di Noor sono arrivati a un patteggiamento con l’accusa, un accordo che deve rimanere segreto fino a che la giuria non emette il verdetto; il regolamento del processo militare concede la priorità alla pena più leggera. Se il patto fra le parti prevede una pena maggiore rispetto a quella stabilita dai giurati, è quest’ultima che fa fede. Noor si è beccato una condanna da 14 anni da scontare a Guantanamo, ma l’accordo parla di una detenzione di 34 mesi, che può essere prolungata o rivista soltanto se il detenuto non rispetterà la più importante delle condizioni chieste dalla difesa: dare informazioni agli inquirenti. “Ma lo farà”, dice Cabot, soddisfatto per il patteggiamento più che per la sentenza. “Ci sono voluti due anni per arrivare a questo e tutti siamo convinti che sia un buon compromesso”, dice. A meno di un clamoroso voltafaccia, Noor potrà ritornare fra meno di tre anni dalla sua famiglia a Port Sudan.
Il capo della Cia, Leon Panetta, dice che se l’America catturasse Osama bin Laden, lo porterebbe a Guantanamo; il segretario della Difesa, Bob Gates, dice che le probabilità di chiudere il carcere speciale sono “molto, molto basse”. Nell’Amministrazione Obama non si adotta il vocabolario di Don Rumsfeld, per cui Guantanamo è “la migliore prigione degli Stati Uniti”, ma l’analisi dei dati che provengono dal carcere speciale infonde quel realismo sconosciuto all’Obama della prima ora – quell’idealista che faceva innamorare l’orbe terracqueo a ogni sillaba e immaginava un mondo senza tute arancioni. L’argomento dell’eredità irriformabile di Bush è svanito da tempo e fra le decisioni di Washington e i movimenti espansionistici che si vedono a occhio nudo a Guantanamo, l’Amministrazione mostra di considerare il carcere speciale se non il paradiso in terra almeno il migliore dei mondi possibili. Guantanamo rimarrà ancora a lungo ciò che è stato e che è; e non a dispetto delle ambizioni di Obama, ma in virtù delle sue stesse decisioni.
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